“ IBRIDI - ESOTICI – INDIGENI ”

 

Gli ASTRILDIDI

 

Premessa. Quest’articolo non è certo dedicato agli allevatori più esperti che certamente conoscono sia le specie d’Astrildidi, che in seguito saranno descritte, sia il loro corretto allevamento; è invece dedicato a quegli allevatori che sono ancora alle prime armi e ha lo scopo di poter essere di qualche aiuto.

Sistemazione. Gli Astrildidi sono uccelli assai vivaci e pertanto la loro sistemazione in cattività deve avvenire in gabbie abbastanza spaziose (misura minima di cm. 40X25X30h) o ancora meglio in voliera, gli Astrildidi sono animali sociali perciò è spesso possibile abbinare diverse specie di questi uccelli specialmente in voliera, anche se durante la riproduzione alcune specie devono essere isolate, tutto questo sarà trattato nella parte speciale.

Alimentazione. In natura gli Astrildidi si nutrono di semi, germogli, bacche e frutta di vario genere, in cattività la dieta degli Astrildidi è prettamente granivoro e l’allevatore deve avere cura di somministrare una miscela quanto più possibilmente ricca e varia, come potrebbe essere la seguente:

Periodo da marzo ad ottobre, per 1 Kg. di misto:

 

Periodo da novembre a febbraio, per 1 Kg. di misto:

Oltre alle sopra citate miscele è opportuno che non manchino mai il gritz, l’osso di seppia, i sali minerali e qualche spiga di panico. Durante il periodo riproduttivo sarà necessario somministrare del pastoncino all’uovo e delle vitamine, e per alcune specie anche qualche tarma della farina.

Riproduzione. In natura gli Astrildidi costruiscono nidi complessi con diverse aperture e spesso nidificano in colonie molte numerose. La femmina depone diverse uova di colore bianco che cova, talvolta aiutata dal maschio, per circa due settimane.

I pullus degli Astrildidi hanno generalmente all’interno della gola dei piccoli segni colorati diversi da specie che servono a limitare il fenomeno del parassitismo dei nidi, fenomeno al quale questi uccelli sono molto soggetti.

I pulcini raggiungono la maturità sessuale intorno all’undicesimo mese di vita.

In cattività la riproduzione avviene in nidi artificiali, appositamente costruiti, che possono avere la forma di un cassettino di legno oppure di un cestino di vimini. Qualunque sia ili nido usato tutti gli Astrildidi lo fodereranno con molto materiale, qualche fili di juta, cotone, paglia ed altro ancora, dopo di che la femmina deporrà le uova e comincerà a covarle.

Come vedremmo in seguito, alcune specie non sono molto solerti nell’alimentazione della prole o peggio nella cova, è pertanto necessario l’impiego di balie quali il Passero del Giappone.

Le specie. Elencherò qui di seguito le più importanti specie d’Astrildidi d’allevamento, descrivendo per ognuna d’esse origine e descrizione, allevamento e riproduzione e la descrizione di tutte le caratteristiche. Non è senzaltro completo per motivi di spazio ma sono comunque a disposizione per qualunque chiarimento, ricordo in oltre che presso la biblioteca dell’A.A.A. si possono trovare pregevoli testi che riguardano alcune specie qui trattate e tante altre ancora.

Grossi Patrik

 

GROSSI PATRIK

 

Nato a Rimini il 28 / 03 / 1978, perito agrario, giudice regionale del colore.

L’avventura ornitofila inizia, come in genere avviene per tutti gli appassionati ornitologi, con la detenzione di una coppietta di comuni canarini di colore. Nel tempo la passione ornitofila si evolve e s’indirizza sempre per il canarino di colore specializzandosi nei Melaninici, inizia a raccogliere i primi successi nelle mostre ornitologiche fino ad arrivare a livello specialistico, aiutando anche i nuovi allevatori. Nel 1998 inizia il corso d’allievo giudice che lo porta nel 2000 a superare la prova d’ammissione al ruolo di giudice regionale di canarini di Colore. Attualmente è Vicepresidente dell’Associazione impegnandosi nelle attività promozionali, curando i rapporti con le scolaresche.

 

La NONNETTA MAGGIORE

(Lonchura fringilloides)

 

Quasi tutti gli anni “sperimento” qualcosa di nuovo nel mio allevamento. Naturalmente si tratta di cose nuove solo per me, e i più sorrideranno leggendo questi appunti riguardo la piccola esperienza che ho vissuto con un simpatico Estrildide africano: la Nonnetta maggiore. Esattamente nei primi giorni del marzo ’97 ebbi l’occasione di acquistarne un paio di soggetti, ultimi rimasti di un folto drappello quasi sicuramente di cattura. Siccome la specie in questione era iscritta in appendice III° della C.I.T.E.S. chiesi ed ottenni dal commerciante, la relativa documentazione comprovante l’origine e la regolare importazione.

Contestualmente acquistai anche di Lucarini, De Flavis e De Angelis, “Gli Estrildide” Vol. I°, un libro che si dimostrò di grand’utilità nell’allevamento dei due soggetti, per me fino ad allora semi sconosciuti. La Nonnetta maggiore si differenzia dalle altre Nonnette oltre che per la taglia superiore, per la forma e le dimensioni del becco, più grosso ed allungato delle congeneri. Il possente becco consente loro di cibarsi agevolmente anche di riso che si procurano nelle aree coltivate dell’Africa equatoriale, da costa a costa; solitamente forma dei piccoli gruppi erranti fianco a fianco con Nonnette comuni e Nonnette bicolore. Predilige le boscaglie comprese in altitudini fra i 1000 ed i 2000 metri, dove facilmente sfugge all’osservazione e si riproduce, costruendo rozzi e voluminosi nidi di forma sub sferica. Mediamente la femmina depone 4 o 6 uova, raramente 3 o 8, che sono covate da entrambi i sessi. Nei primi giorni di vita i pulcini sono alimentati con semi immaturi d’erbe prative e con piccoli insetti quale integrazione proteica.

Presenta il capo, il mento e la gola di un bel nero lucente che esposta alla luce solare riflette tonalità metalliche di verde scuro e blu notte. Dorso e remiganti bruno scuro, e timoniere nere, creano un netto contrasto con le parti inferiori, petto ed addome, che salvo una leggera venatura feomelaninica appaiono quasi bianche. Il dimorfismo sessuale non caratterizza senz’altro questa specie tanto ché gli unici “indizi” sono rappresentati dalle dimensioni corporee e del becco, più massicce nei maschi. In verità, osservando i pochi esemplari che possiedo, sono arrivato alla conclusione che ancor prima delle dimensioni fisiche, qualche differenza dimorfica si riscontri, come in gran parte delle specie, grazie alla più marcata presenza di feomelanine nelle zone inferiori della femmina (ventre e sotto-coda); inoltre ho notato che i miei maschi hanno dimensioni leggermente inferiori alle femmine. Tuttavia, visto che gli autori del libro di cui sopra non ne fanno riferimento e l’esiguo numero dei soggetti da me osservati, queste affermazioni sono da valutarsi con grande cautela e le dovute riserve.

Nel mio caso, in ogni modo, le difficoltà nell’assortire una vera coppia, sono state risolte dalla fortuna perché come ho già detto, si trattava degli ultimi due soggetti disponibili. Alloggiate in una gabbia da cova, le Nonnette si sono subito adeguate alla nuova sistemazione ed un paio di giorni dopo l’acquisto, il maschio si prodigava nella costruzione di un rudimentale nido all’interno di una cassetta di legno per esotici di piccola taglia. La femmina, sicuramente meno interessata a mettere su famiglia, trascorreva il tempo trastullandosi fra gusci d’uova di gallina, ossa di seppia, spighe di panico, foglie di radicchio e bagni quotidiani. Il maschio sebbene molto concentrato nella costruzione, si concedeva anche lui il bagno e nei momenti di relax riempiva l’aria del suo quasi inudibile canto ad ultrasuoni. Nelle fasi di corteggiamento accompagnava al canto, una sorta di danza che prevede una serie di saltelli sul posatoio, ora a destra ora a sinistra, ora trasversalmente sul dorso della femmina che ha giudicare dalla mimica del becco e dal gonfiarsi delle piume della gola doveva rispondere alla “canzone” con qualche verso a tono. Infine la copula, dopo un paio di minuti di cerimoniale.

Dopo circa un mese, il nido, usato quasi esclusivamente quale ricovero notturno, non aveva ancora assunto l’aspetto desiderato dalla femmina tanto ché questa, coadiuvata dal consorte, quanto mai motivato, portò a termine l’opera e nei giorni a seguire depose due piccole uova, completamente bianche, molto simili a quelle dei Diamanti mandarino, sia nella forma sia nelle dimensioni.

Ahimè le illusioni di un favorevole esito riproduttivo svanirono miseramente quando, ispezionando il nido mi accorsi che un uovo era rotto e l’altro non era più accudito; però ormai ero certo che si trattasse di una coppia e questo mi rallegrò, come una volpe alle prese con l’irraggiungibile uva!

Passarono tre settimane di calma piatta poi con rinnovato interesse per il nido, da prima né vuotarono il contenuto, quindi lavorando in buon’armonia ricostruirono il tutto anche aggiungendo nuovo materiale che di tanto in tanto fornivo loro. Sul finire d’Aprile la femmina depose altre due uova ma anche questa volta tutto sfiorì nel volgere di un paio di giorni; non solo, la buona armonia non regnava più in famiglia ed il maschio visibilmente contrariato, inseguiva la femmina senza darle tregua, tanto che pensai di separarli per evitare il peggio. Fu in quei giorni che sostituii la cassetta nido per piccoli esotici con una più profonda, di quelle che solitamente usavo per gli ondulati (cm 12x12x20). Siccome le temperature ormai lo consentivano, trasferii le Nonnette nel terrazzo, in una buona posizione, di modo che potessero giovassi dei benefici effetti della luce solare e dato che eravamo nel pieno della stagione riproduttiva anche per i canarini, rassegnato ad aver coltivato vane speranze, “dimenticai”, per così dire, gli Astrildidi.

Passò più di un mese quando, con gran meraviglia, ispezionando il nido notai ben quattro uova che però non erano covate. La femmina non accennava minimamente ad accudirle ed il maschio furiosamente l’inseguiva per tutta la gabbia, lanciandole stridule grida fino a costringerla ad entrare nel nido.

Il giorno dopo le uova erano cinque ed il maschio si era messo a covare con una certa assiduità, mentre la femmina alternava brevi soste nel nido a piuttosto lunghe pause. Dopo altri due giorni le uova erano diventate sette ed entrambi i partner covavano, talvolta alternandosi e talvolta assieme. Non azzardai nemmeno alla speratura per timore di rovinare tutto, così cominciai il conto alla rovescia che si concluse tredici giorni dopo, il 23 giugno, data nella quale nacque il primo di sette fratelli. A quel punto il problema divenne quello della giusta alimentazione, la quale però non ebbe alcuna variazione in quanto il pastoncino, sia secco sia morbido, non fu preso in nessuna considerazione ed anche le spighe di panico immature che avevo appositamente coltivato non sortirono grandi apprezzamenti. In pratica riuscirono a crescere la loro prole con la normale miscela di semi per esotici, arricchita di scagliola e da buone dosi d’avena decorticata, che fornivo a parte.

Ogni qual volta mi avvicinavo al nido, entrambi i genitori si mettevano a schioccare minacciosi il becco e se allungavo troppo le dita si avventavano con strida lamentose e robuste beccate, in verità non dolorose. Alla nascita questi animali sono veramente minuscoli e poco si scommetterebbe sulle loro possibilità di sopravvivenza; ma già dopo una settimana il cinguettio dei pulcini cominciò a sentirsi piuttosto bene ed a partire dal dodicesimo giorno, entrambi i genitori cominciarono ad assentarsi dal nido per periodi sempre più lunghi. Quando compirono il 26° giorno, due dei più grandicelli spiccarono il primo volo e devo affermare che fin da principio dimostrarono buone doti di coordinazione; tra l’altro non parevano particolarmente disturbate dalla mia presenza.

Nei primi giorni d’Agosto allontanai i giovani dai genitori e tutto andò per il meglio: si nutrivano autonomamente prediligendo i semi di scagliola ma col passare del tempo ampliarono la loro dieta con il misto per esotici, spighe di panico e d’altre graminacee spontanee.

Verso la metà dello stesso mese, tutte cominciarono a mutare il piumaggio che, dalla quasi omogenea, grigia brunastra livrea giovanile, passò nel volgere di 60/70 g. alla veste definitiva.

Tutte tranne una che, infatti, presentava, a differenza delle altre, le parti inferiori, addome e sottocoda, completamente di colore nero opaco; inoltre spesso assumeva un portamento anomalo, con ali abbassate e talvolta tremanti. Le sue condizioni generali evidenziavano uno stato di sofferenza ma esaminando l’animale questo si presentava sempre bene in carne, al pari dei fratelli.

In ogni modo fu la prima a morire nell’inverno che seguì. La primavera successiva i superstiti erano appena tre: il padre e due giovani, dei quali una sola femmina. La fortuna del principiante però non era più con me e così, nel 1998 gli unici due nati non sopravvissero per più di una settimana. Nel ’99 la tendenza negativa non ha subito variazioni; poche settimane fa un gatto, è riuscito ad intrufolarsi nella stanza dove queste erano alloggiate e con precisione chirurgica ha ucciso la femmina.

Ora, mentre i due superstiti si rincorrono nella loro gabbia, io rincorro con “La Penna” i ricordi di quella bell’estate di tre anni fa.

Gian Luca Tonelli.

 

GIANLUCA TONELLI

 

Nato a S.Gallo (Svizzera) il 18 / 09 / 1962, Agrotecnico, guardia forestale.

L’avventura ornitofila inizia, come in genere avviene per tutti gli appassionati ornitologi, con la detenzione di una coppietta di comuni canarini di colore ed esotici. Nel tempo la passione ornitofila si evolve e s’indirizza sempre per il canarino di colore specializzandosi nei Neri e Giallo Mosaico, inizia a raccogliere i primi successi nelle mostre ornitologiche fino ad arrivare a livello specialistico, aiutando anche i nuovi allevatori. Attualmente è consigliere dell’A.A.A. collaborando per il successo delle mostre ornitologiche che l’Associazione promuove.

 

 

IL CANARINO DEL MOZAMBICO

 

Il genere Serinus si divide in circa 40 specie (e più di 80 sottospecie) la più famosa delle quali è la S. canarius (Canarino) che ha veramente conquistato il mondo, diventando, dopo il cane, l’animale da compagnia più allevato sulla terra. Oggi molti altri uccelli stanno seguendo le sorti del Canarino cambiando nella forma e nel colore per essere più gradevoli all’occhio umano ma nessuno di questi appartiene al genere Serinus. Si tratta, infatti, di Diamanti mandarino, Diamanti di Gould, Psittacidi, Verdoni, Lucherini, Ciuffolotti, Cardinalini del Venezuela, Cardellini, Organetti ed altri. Nemmeno il Verzellino (Serinus serinus) da molti ritenuto il Canarino d’Europa, è riuscito a tenere testa al conspecifico, infatti, ancora oggi quest’indigeno è di difficile allevamento e le poche mutazioni di colore ottenute, spontanee o traslate, (il Verzellino genera, accoppiato al Canarino, prole ibrida fertile) raramente si possono ammirare alle mostre ornitologiche. E’ in ogni caso importante continuare a tentare, i continui passi avanti della medicina veterinaria, dell’alimentazione zootecnica e di tutti gli allevatori, ci porteranno un giorno a superare queste difficoltà. Voglio però qui descrivere un’altra interessante specie del genere Serinus, in altre parole il Canarino del Mozambico (Serinus mozambicus) che ho avuto occasione di allevare e riprodurre alcuni anni orsono e che ritengo un uccello potenzialmente molto adatto all’allevamento in cattività.

DESCRIZIONE

MASCHIO: è complessivamente lungo 11,5 cm circa, ha fronte sopracciglia e guance giallo limone, lati del collo di colore verde oliva chiaro, nuca e dorso dello stesso colore, striati però di scuro. Collo, mento e ventre giallo limone carico, remiganti e timoniere bruno scuro. I fianchi sono di un giallo meno carico e picchiettati di grigio verde. Zampe, becco ed unghie bruno scuro, occhi neri.

FEMMINA: ha dimensioni leggermente più piccole del maschio (11 cm circa), al quale somiglia molto anche se i colori, specialmente il giallo, sono più sbiaditi; una caratteristica che la differenzia indiscutibilmente dal maschio è rappresentata da un collarino di piume scure sul petto che formano una specie di palline grigio-brune (sembra quasi che la femmina indossi una collana di perle nere) mente il maschio ha mento, collo e petto gialli.

GIOVANI: hanno un colore molto simile a quello della femmina, anch’essi possiedono il collarino di penne scure sul petto, ma notevolmente più confuso. Dopo la prima muta è possibile distinguere facilmente i maschi dalle femmine osservando il petto ed ascoltando il canto (il maschio del Mozambico non è un gran cantore ma lancia spesso un lungo fischio).

DISTRIBUZIONE, HABITAT ed ALIMENTAZIONE in NATURA

Il C. del Mozambico vive tuttora nell’Africa nord orientale, meridionale ed ovviamente in Mozambico. Frequenta zone aperte o con bassa vegetazione e visita spesso campi coltivati muovendosi in stormi di 50-80 soggetti. Si nutre dei semi delle graminacee sia selvatiche che coltivate, specialmente miglio e panico. Durante la riproduzione completa la dieta con piccoli insetti, larve ed acari.

RIPRODUZIONE

In natura il periodo riproduttivo va da Settembre a Gennaio. Il maschio corteggia la femmina con il suo canto ed una volta formatasi la coppia inizia la costruzione del nido che è allestito su cespugli non più alti di 5 metri. Il nido è di piccole dimensioni con diametro interno di circa 5 cm ed una profondità di 3 cm. Dopo aver deposto tre o quattro uova la femmina le cova per 13 giorni ed il maschio in questa fase è piuttosto attivo, nutrendo spesso la femmina.  Come già detto, dopo 13 giorni dall’inizio della cova le uova schiudono ed i pulcini sono alimentati nei primi 5-6 giorni dalla femmina, con larve d’insetti procurate dal maschio, il quale, dopo il 6° giorno contribuisce in maniera diretta all’alimentazione della prole. A cieca 20 giorni dalla schiusa i piccoli abbandonano il nido, restando però insieme ai genitori fino allo svezzamento, dopo di che generalmente sono scacciati dal maschio.

ESPERIENZE D’ALLEVAMENTO in CATTIVITÀ’

Venni in possesso di una coppia di Mozambico un paio d’anni fa. Si trattava di due soggetti adulti, quasi certamente di cattura che alloggiai in una gabbia da cova di 60 cm e li alimentai con del normale misto per esotici con l’aggiunta di panico e scagliola. I due esemplari erano molto spaventati ma in buona salute e non sapendo in sostanza nulla sul loro allevamento decisi di non tentare neppure la riproduzione in purezza. Così accoppiai il maschio con una Canarina di Tipo Nero bianco dominante (ex Ardesia soffuso) di struttura intensiva. Non ottenni alcun ibrido in quanto i due animali continuavano ad ignorarsi, probabilmente perché i due periodi riproduttivi non erano concomitanti (il maschio non si era ancora acclimatato).L’anno successivo la coppia di Mozambico si era ben acclimatata ed aveva superato ottimamente la muta del piumaggio. I due soggetti andavano perfettamente d’accordo e decisi di tentare la riproduzione in purezza. Introdussi la coppia in una volieretta dalla base di un metro quadrato, alta un metro e mezzo alle pareti della quale avevo fissato numerosi rami di pino. Alimentai la coppia con il normale misto per esotici sopra descritto, spighe di panico (molto gradite), mela ed insalata. Inoltre fornivo gritz, osso di Seppia e vitamine nell’acqua. Verso la metà di Marzo, misi a disposizione della coppia due nidi a cassetta, di quelle comunemente utilizzate per gli esotici, ma la coppia non sembrava per niente interessata a quelle strane strutture. Fornii ugualmente del materiale per la costruzione del nido per indigeni, facilmente reperibile in commercio. Dopo pochi giorni mi accorsi che il materiale da nido veniva prelevato ma nelle cassette-nido non ve n’era traccia. Decisi allora di ispezionare la voliera e con gran meraviglia mi accorsi che, ben mimetizzato fra i remi di pino, in un angolo della voliera, la femmina aiutata dal maschio aveva costruito un piccolissimo nido veramente ben fatto, dentro al quale c’erano già due piccole uova bianco-verdognole. Presi le due uova e le sostituii con delle uova finte. La femmina non parve neanche se ne fosse accorta e il giorno seguente depose il 3° uovo. Sostituii anche quello e misi le tre uova sotto una canarina ottima allevatrice. Dopo 13 giorni d’incubazione nacquero tre pulcini, ma il giorno seguente erano già morti: la canarina non li aveva nutriti. Decisi, dopo quest’esperienza negativa che conveniva lasciare le uova al loro posto, sperando che la femmina di Mozambico si comportasse meglio della balia canarina. Tolsi le uova finte dal nido ma non lo distrussi e dopo 14 o 15 giorni la femmina depose altre tre uova e cominciò a covare. Lasciai la coppia in pace per tutto il periodo della cova e dopo i soliti 13 giorni, le uova si erano schiuse. Misi allora a disposizione della coppia del pastoncino secco, dell’uovo sodo e delle larve di Tenebrione e del miele. Il maschio alimentava la femmina portando il pasto direttamente sul nido, gradiva le larve di Tenebrione ed ancor di più le camole del miele, disdegnava invece sia il pastoncino secco sia l’uovo sodo. I pulcini crescevano molto rapidamente, tanto che al 6° giorno faticai non poco per inanellarli con gli anellini del tipo “A” che avevo precedentemente inscurito per non farli notare alla femmina. Dopo circa 20 giorni i piccoli cominciarono ad uscire dal nido e ad esercitarsi al volo. Venivano ancora alimentati dal padre ma cominciavano già a becchettare qualche seme. Mentre i giovani venivano svezzati dal maschio, la femmina affrontava un’altra covata, questa volta di ben quattro uova che si rilevarono tutte feconde e dalle quali nacquero quattro pulcini; il maschio si comportò egregiamente, aiutando la femmina e svezzando anche questi quattro pulcini. Dopo questa covata (la 3° se si considera la prima non portata a termine), decisi di togliere i rami di pino e il nido per non affaticare troppo la coppia con un’ulteriore covata. Dopo lo svezzamento dei quattro piccoli della seconda covata il maschio cominciò a diventare battagliero ed estremamente territoriale, fui quindi costretto a togliere i piccoli dalla voliera e a trasferirli in una gabbia di 120 cm di lunghezza. I giovani Mozambico superarono splendidamente la muta rivelandosi tre maschi e quattro femmine. Decisi di esporre i due maschi più belli a Faenza ma con amara sorpresa scoprii che il Canarino del Mozambico andava inanellato con anelli di tipo “Z” (mm 2,0) e non “A” (mm 2,4) e quindi i miei soggetti furono giustamente squalificati.

Quest’anno, per motivi di forza maggiore, non sono riuscito ad allevare e sono stato costretto a “liberarmi” dei Mozambico, cosa che mi è dispiaciuta molto in quanto questi uccelli sono veramente molto belli e non danno alcun problema. A chi volesse cimentarsi nell’allevamento di questa specie mi permetto di dare alcuni consigli: innanzi tutto la voliera (anche di piccole dimensioni) è il luogo migliore per ospitare la coppia, consiglio di non introdurre altri uccelli, in quanto il maschio Mozambico è piuttosto battagliero e aggredisce anche uccelli più grandi di lui. L’alimentazione durante l’allevamento della prole deve essere sempre integrata con larve di Tenebrione e meglio ancora con camole del miele. Infine mi permetto di dare un consiglio che ritengo importantissimo per chi intende esporre i soggetti nati: attualmente il Canarino del Mozambico va inanellato con anelli di tipo “A” (mm 2,4) e non più del tipo “Z” (mm 2,0) ….ah se le cosse fossero cambiate prima…. Trovo la scelta della C.T.N. molto giusta in quanto ho personalmente costatato che l’anello di tipo “A” è assolutamente inamovibile e anche se non ho mai visto un soggetto inanellato con anello del tipo “Z”, lo ritengo troppo piccolo per questa specie.

IBRIDAZIONE:

Come ho precedentemente detto il C. del M. non mi ha dato nessun ibrido allorquando l’ho accoppiato con una canarina, ma si trattava di un soggetto non ancora acclimatato e quando la canarina era “pronta” il maschio era nel pieno periodo di riposo, e piuttosto spaventato dai continui passaggi d’ambiente ai quali era stato sottoposto. Comunque ho ottenuto molti ibridi con il Canarino del Mozambico, ad esempio:

Canarino del Mozambico X Canarina; la femmina ideale potrebbe essere una Nero bianco dominante, (ex Ardesia soffuso), al fine di trasmettere la mutazione bianco soffuso alla metà della prole, oppure una Canarina lipocromica bianco dominante sempre lo stesso motivo solo che in questo caso tutti i soggetti risulteranno pezzati e solo la metà avrà il carattere bianco dominante. Bene anche il Giallo, mosaico o intenso.

Canarino X Canarino del Mozambico;   qui la cosa si fa molto più interessante in quanto accoppiando un maschio interessato da un carattere sesso-legato si può trasmettere alla prole femminile tale mutazione, i maschi utilizzabili potranno essere Bruno, Agata, Isabella, Pastello e Satinè i quali potranno anche essere bianco dominanti al fine di ottenere prole femminile mutata sia nelle melanine sia nei lipocromi.

Sono stati ottenuti anche questi ibridi: C. del M. X Ciuffolotta; C. del M. X Lucherina; Fanello X C. del M.; Lucherino testa nera X C. del M.; C. del M. X Canarino gola nera; Canarino gola bianca X C. del M.; Verzellino X C. del M..

Ritengo comunque che il Mozambico potrebbe essere ibridato con tutte le specie del genere Serinus e con molte altre ancora.

CONCLUSIONI: Concludo queste brevi note augurandomi che possano essere di qualche utilità per gli allevatori che intendessero cimentarsi nell’allevamento di questo bel Canarini africano e rimangono in ogni modo a disposizione per qualunque chiarimento o approfondimento.

Bibliografia: G. de Baseggio S. Quercelli: “Canarini di tutto il mondo”; G. de Baseggio : “Ibridologia”.

Patrik Grossi

 

PADDA, ovvero, “CAMPO di RISO”

 

Il Padda è un Estrildide robusto sia nella taglia sia per le caratteristiche biologiche. Lo si può rinvenire al di sopra dei 1500 m s.l.m. in aperta campagna, nei terreni boscosi e cespugliati, finanche nei giardini ed ai margini delle aree coltivate delle isole di Giava e Bali. Frequenta preferibilmente le coltivazioni di bambù, di riso, frumento e cereali in genere, dove provoca sovente seri danni ai raccolti, con stormi che possono contare centinaia di soggetti. A riprova del potenziale “distruttivo” di questa specie, si tenga conto che le Autorità statunitensi ne hanno proibito l’importazione per evitare il rischio d’accidentali fughe e successiva naturalizzazione nel continente americano. Oltre a quanto sopra, la dieta del Padda prevede anche frutta e piccoli insetti, tuttavia l’alimento base è senza dubbio rappresentato dal riso specialmente, quello da coltivazione, tant’è che Padda significa appunto “Campo di Riso”. I luoghi prescelti per la nidificazione possono essere i più disparati, ma sempre più frequentemente si mantiene nei pressi delle zone sub urbane. Il nido, realizzato principalmente con steli di graminacee, è piuttosto grande e globoso. Il maschio corteggia la femmina con un canto abbastanza gradevole, poi, insieme, si producono in una breve parata eseguita con saltelli e vocalizzi, culminante con l’accoppiamento. Generalmente la femmina depone da tre ad otto uova e i partner si avvicendano nella cova per circa 17 giorni. Dopo 28/30 giorni i giovani nati s’involano e seppur quasi in grado di nutrirsi autonomamente, sono accuditi dai genitori per altre due o tre settimane. In questo periodo i novelli tornano la notte al nido.

L’allevamento in cattività è iniziato ad opera dei Cinesi, ma è in Giappone che è avvenuta la prima selezione, dalla quale si sono successivamente evoluti i ceppi domestici. Uno dei motivi del successo del Padda, oltre all’aspetto, sicuramente accattivante, sta nella marcata adattabilità e nell’esuberante prolificità. Come già detto, l’alimentazione non richiede particolari attenzioni, infatti, in cattività non disdegna semi di panico, miglio, avena decorticata e scagliola nonché pastoncino secco. Un accorgimento può essere quello di somministrare piccole dosi di niger e canapa perché pare contribuiscano a conferire una maggior sericità al piumaggio ed aumentino la colorazione delle parti cornee. Va detto che la colorazione rosso-rosata del becco e parimenti del cerchio perioculare, altro non sia che il rosso del sangue che, grazie alla struttura della ranfoteca traspare, conferendo quella caratteristica colorazione. Molto graditi ed essenziali per l’apporto di sali e di calcio, risulteranno essere, il gritz, l’osso di Seppia e gusci d’uova di gallina, preventivamente bollite. Sempre gradito il bagno, anche più volte il giorno, sia d’inverno sia durante la cova. Un altro punto di forza di questo volatile, è senza dubbio la resistenza alle patologie aviarie; i suoi anticorpi, infatti, lo preservano da morti premature, causate semmai da incidenti fra le sbarre delle gabbie. Non di rado il Padda muore di vecchiaia e non peccando di longevità, potrà raggiungere la ragguardevole età di 10 15 anni. E’ noto il caso di un soggetto, che alimentato con misto per esotici e verdure, ha raggiunto “la maggiore età”. Disponendo di spazio, le condizioni ottimali per la detenzione ai fini riproduttivi, sarebbero quelle di adottare volierette da 120x60x50; ciononostante le comuni gabbie da cova (60x40x35) potranno risultare sufficienti, anche perché, il regime alimentare piuttosto spartano, ed il metabolismo dell’animale, non provocano eccessi di lipidi. Il nido è predisposto da entrambi i sessi all’interno di una cassetta (cm 12x12x20), preferibilmente con foro in posizione centrale. Il materiale utilizzabile (fibre vegetali, fieno di graminacee, sfilacci di juta), può essere posto, non pressato, direttamente all’interno della cassetta nido fino a riempirla, ma più semplicemente potrà essere messo a disposizione della coppia ponendolo all’interno della gabbia. Personalmente preferisco siano gli animali stessi ha realizzare l’opera perché ritengo che ciò rinsaldi il rapporto di coppia e stimoli in entrambi i sessi, gli istinti riproduttivi. L’unica incognita è rappresentata dalla fecondità dei maschi che potremmo definire poco affidabile. Alcuni esperti asseriscono che i maschi mutati solitamente conservino la loro potenzialità fecondativa solo fino al terzo anno di vita, altri ricordano agli allevatori che generalmente la certezza della riproduzione si abbia nel secondo anno. Per quello che mi è dato sapere, esistono maschi mutati bianchi che sebbene oltre il terzo anno di vita hanno con successo dato vita a numerose covate. La livrea del Padda e piuttosto sobria, con tonalità grigie e nere caratterizzate da disegni netti e zone uniformemente colorate. Il capo, fino alla nuca, è nero intenso, così pure il collarino che delimita il candore delle guance. Il petto si presenta grigio cenere e stacca nettamente dal ventre che invece appare grigio violaceo, che poi sfuma sino ad una tonalità biancastra nel sottocoda. Il dorso e le ali formano un tutt’uno grigio cenere, uniformemente distribuito, mentre coda e codione sono neri. L’occhio è scuro sul quale spicca il cerchio perioculare rosso. Il becco, conico e massiccio presenta, come già detto, una colorazione rosso rosata che sfuma verso l’apice. Nei soggetti selvatici si riscontra una maggiore espressione melanica, specialmente per ciò che attiene al grigio violaceo della zona addominale; di contro i soggetti di coltura si pregiano di piumaggi più serici e portamento più eretto, il che conferisce un aspetto di maggior eleganza.  Nel 1800 è stata fissata la prima mutazione del Padda, la Bianca, alla quale si sono poi affiancate la Feomelaninica (già Isabella), allelica alla Topazio, la Pastello e l’Opale.

Il fenotipo del mutato bianco, è inutilmente caratterizzato da un candore uniforme su tutto il mantello, sul quale fanno spicco gli occhi, che rimangono scuri, ed il rosso del cerchio perioculare e del becco. I soggetti migliori possono offrire un riflesso azzurrato, conseguenza di una rifrazione della luce, a contatto con la struttura del piumaggio. Spesso i giovani del 1° anno, presentano macchie melaniche ataviche sul dorso che scompaiono però con la seconda muta.

Il Feomelaninico o rosso bruno, è invece contraddistinto da una colorazione di base uniforme con toni bruno ruggine chiaro, eccezion fatta per le zone d’elezione: calotta, collarino, gola e coda che assumono tonalità marrone ruggine molto carico. I disegni presenti nel tipo ancestrale (non mutato), rimangono evidenti e contrastanti con il fondo. L’occhio risulta rosso, più o meno scuro. Praticamente questa mutazione agisce provocando l’incapacità di produrre l’eumelanina nera e bruna, pertanto l’unica melanina non intaccata è appunto la feo, che deve presentarsi nella sua massima saturazione. I difetti più comunemente riscontrabili sono ascrivibili ad una scarsa saturazione della feo, schiarite a carico delle zone d’elezione, in modo particolare nel collarino, fino a causarne la scomparsa.

Ai fini selettivi, gli esperti consigliano l’accoppiamento in purezza, con l’inserimento periodico di soggetti ancestrali, dal disegno molto marcato. Assolutamente sconsigliato è l’accoppiamento con soggetti Topazio in quanto mutazione allelica alla Feomelaninica, dove otterremmo soggetti con fenotipi intermedi privi di valore espositivo. Di seguito una tabella di comparazione fenotipica fra la mutazione Feomelaninico e Topazio:

Feomelaninico

Riferimento

Topazio

Rosso

Occhio

Bruno

Ruggine

Calotta

Marrone

Ruggine

Gola

Marrone

Ruggine chiaro

Collare

Marrone

Beige chiaro

Petto

Beige grigiastro

Ruggine

Ventre

Ruggine

Biancastro

Sottocoda

Biancastro

Bianco

Guancia

Bianco

Beige chiaro

Dorso

Beige grigiastro

Ruggine

Codione

Marrone

Ruggine

Coda

Marrone

La mutazione Opale invece agisce marcatamente sia sull’eumelanina che sulla feomelanina, diluendole notevolmente. Siccome questa mutazione intacca particolarmente la parte superficiale del piumaggio, per effetto della diffrazione, il soggetto mutato avrà un aspetto decisamente azzurrato, dovuto ai fasci azzurri che colpendo i granuli eumelanici, riflessi attraverso lo strato superficiale quasi trasparente, offrono una visione di opalescenza, esaltata dalla sericità tipica della specie. Tale combinazione di fattori produce un colore argento, sul quale staccano le zone di elezione, di un bel grigio cenere azzurrato ed il bianco cremoso della zona addominale quasi priva di depositi feomelaninici.

Pare che a differenza del tipo base, dove il dimorfismo sessuale è appena percettibile, in tutte le mutazioni sopra descritte, le femmine si contraddistinguano per una colorazione mediamente più chiara.

Per gli appassionati di ibridi, il Padda offre diverse possibilità di incrocio, sia con il congenere Padda di Timor, che con gli affini Passero del Giappone, Cappuccino testabianca, Cappuccino tricolore, Nonnetta maggiore, Becco d’argento e Diamante Guttato producendo prole molto attraente.

N.B.: la specie è iscritta nell’allegato II° degli elenchi CITES, pertanto al momento dell’acquisto, sia presso commercianti che da privati, è necessario richiedere un documento comprovante la regolarità dell’acquisto stesso, riportante:

Ø      le generalità del cedente e dell’acquirente,

Ø      il luogo e la data nella quale avviene la cessione,

Ø      il nome scientifico della specie (Lonchura oryzivora),

Ø      il numero dei soggetti acquistati ed i dati relativi agli anelli.

Successivamente, in caso di riproduzione, entro dieci giorni dalla nascita, è obbligatorio denunciare l’evento al Servizio CITES del Corpo Forestale dello Stato. Presso la Segreteria dell’Associazione sono disponibili i modelli prestampati per l’inoltro della denuncia delle nascite.

Gian Luca Tonelli

 

Gli ASTRILDIDI

 

Le specie. Elencate qui di seguito sono il seguito dell’articolo sugli Astrildidi pubblicati nel numero 25 della “Penna”. Non è senz’altro completo per motivi di spazio ma ogni rifacimento dei seguenti articoli è riferito all’articolo generale sulla specie. Ricordo in oltre che presso la biblioteca dell’A.A.A. si possono trovare pregevoli testi che riguardano alcune specie qui trattate e tante altre ancora.

Patrik Grossi

 

DIAMANTE MANDARINO

(Taeniopygia guttata castanotis)

 

ORIGINE e DESCRIZIONE. E’ l’Astrildide più allevato in Italia e nel mondo, la specie è originaria dell’Australia ma da moltissimi anni è allevata in cattività.

Raggiunge in media i 10 cm. di lunghezza anche se attualmente, grazie alla selezione, le dimensioni sono notevolmente aumentate.

La colorazione originaria è grigio cenere uniforme per la femmina con due strisce nere parallele che partono una dalla base del becco e l’altra dall’occhio per circa un centimetro verso il basso, la coda presenta delle maculature bianche. Il becco è di colore arancio chiaro mentre gli arti inferiori sono giallo-arancio.

Il maschio ha una colorazione molto più appariscente, possiede una zebratura che parte dalla gola ed arriva al petto, i fianchi, di colore rosso-bruno, sono punteggiati di bianco ed in oltre sotto gli occhi è presente una grande macchia arancio (guance). Il becco è di colore rosso-arancio, tutte le altre caratteristiche sono uguali a quelle della femmina.

Oggi sono moltissime le varietà di colore del D.M. ma per l’individuazione del sesso vale la regola del colore del becco che come già detto nel maschio è rosso-arancio e nella femmina arancio tenue. I giovani hanno il becco grigio-nero.

ALLEVAMENTO. Non richiede particolari accorgimenti, è un animale robusto che vive bene sia in gabbia sia in voliera, può vivere benissimo anche all’aperto. E’ un animale docile che può convivere con altri esotici e anche con i canarini.

Per quanto riguarda l’alimentazione vale quanto detto in precedenza nella parte generale.

RIPRODUZIONE. E’ la specie più facile da riprodurre sia in gabbia sia in voliera.

La femmina depone dalle tre alle sei uova sia in nidi a cestino sia in quelli a cassettino, le uova sono covate da entrambi i genitori per circa 14 giorni e i piccoli lasciano il nido al 15°-16° giorno per diventare autosufficienti ad un mese di vita.

I D.M. tendono a riprodursi tutto l’anno portando a termine anche dieci covate, questo fenomeno è dannoso per la salute della coppia, pertanto durante i mesi autunnali ed invernali è consigliabile togliere i nidi per fare si che la coppia porti a termine al massimo 4-5 covate l’anno.

Patrik Grossi

 

PASSERO del GIAPPONE

(Lonchura striata domestica)

 

ORIGINE e DESCRIZIONE: Il P. del G. non è una vera e propria specie ma bensì un ibrido fecondo ottenuto dall’ibridazione di diverse specie del genere Lonchura e da successiva selezione.

E’ un uccello lungo 12-12,5 cm, la colorazione è variabile e va dal bianco al bruno, con un’infinità di colori intermedi e pezzature.

Il dimorfismo sessuale è inesistente, eccezione fatta per il flebile canto del maschio.

ALLEVAMENTO. E’ estremamente facile da allevare sia in gabbia sia in voliera dove può convivere con altre specie d’uccelli. Per l’alimentazione si vede la parte generale.

RIPRODUZIONE. Si riproduce tutto l’anno con estrema facilità, depone 4-6 uova, in normali nidi a cassettina, che cova per due settimane, i piccoli lasciano il nido alla terza settimana di vita e sono completamente svezzati dopo altri 16-18 g.

Patrik Grossi

 

GOLA TAGLIATA

(Amadina fasciata)

 

ORIGINE e DESCRIZIONE. E’ originaria delle regioni a sud del Sahara, è un uccello importato con una certa frequenza ma non è raro trovare soggetti nati in cattività.

La femmina è di colore bruno chiaro con striature molto più scure che formano un disegno simile alle scaglie di un serpente.

Il maschio è leggermente più scuro della femmina ma presenta una fascia di colore rosso sangue che va da un’orecchio all’altro attraversando il collo (da qui il nome gola tagliata), nella femmina questa fascia è totalmente assente.

ALLEVAMENTO. Può essere allevata sia in gabbia sia in voliera, dopo un’adeguato periodo d’acclimatizzazione può essere allevato all’aperto. E’ un uccello mite che può convivere con altri uccelli della stessa specie. L’alimentazione è quella descritta per la famiglia.

RIPRODUZIONE. Avviene più frequentemente in voliera o in gabbioni molti ampi, predilige il nido a cassettina dove la femmina depone e cova 4-6 uova per circa 12 giorni i piccoli abbandonano il nido alla terza settimana e sono indipendenti ad un mese d’età. Non è raro che i genitori abbandonino il nido con le uova o con i pulcini, in questo caso occorre spostare le uova o i pullus in un nido di Passeri del Giappone che faranno da balia.

Patrik Grossi

 

AMADINA a TESTA ROSSA

(Amadina erythrocephala)

 

ORIGINE e DESCRIZIONE. E’ una specie molto simile alla precedente della quale differisce per le dimensioni, leggermente più grandi, e per il fatto che nel maschio sia la gola che tutta la testa sono di un colore rosso rubino. E’ originaria dell’Africa sud occidentale

ALLEVAMENTO. E’ una specie piuttosto delicata, è consigliabile allevarla in gabbie di cova in ognuna delle quali non può essere ospitato più di una coppia, si consiglia in oltre di schermare i tre lati della gabbia lasciando scoperti solo il tetto e la parte anteriore. L’alimentazione è quella descritta per la specie.

RIPRODUZIONE. Non è di facile riproduzione, in quanto è frequente l’abbandono del nido, bisognerà pertanto predisporre almeno una coppia di Passeri del Giappone alle quali affidare le uova una volte deposte. E’ preferibile un nido a cassettina, la femmina depone dalle tre alle sei uova bianche che devono essere covate per 13 giorni, i piccoli lasciano il nido a 20gg. di vita e sono e sono indipendenti dopo altri 13-15gg.

Patrik Grossi

BECCO di PIOMBO

(Euodice malabarica)

 

ORIGINE e DESCRIZIONE. E’ una specie originaria dell’Arabia e dell’India importata abbastanza frequentemente. E’ lungo circa 10cm. di colore bruno-beige con sfumature scure sulle ali e coda bruna, il becco e le zampe sono di colore grigio piombo e non vi dimorfismo sessuale.

ALLEVAMENTO. Può vivere anche in voliera all’aperto, purché provviste di rifugio invernale, con altre specie d’Astrildidi. Per l’alimentazione si vede la parte generale.

RIPRODUZIONE. Predilige il nido in vimini con buco laterale, la femmina depone dalle tre alle cinque uova che cova per 13 giorni, i pulcini abbandonano il nido dopo venti giorni e sono svezzati ad un mese d’età.

Patrik Grossi

 

CAPPUCCINO TRICOLORE

(Lonchura malacca malacca)

 

ORIGINE e DESCRIZIONE. Originario della Cina meridionale e della regione Indiana, possiede testa e collo neri, petto e fianchi bianchi e resto del corpo bruno-rossastro, becco e zampe sono grigi, è lungo circa 12cm.. La femmina è identica al maschio ad eccezione del debole canto di corteggiamento.

ALLEVAMENTO. Può vivere anche in voliera all’aperto insieme con altre specie d’esotici, per l’alimentazione si vede la parte generale.

RIPRODUZIONE. Abbastanza frequentemente in voliera dove la femmina depone in un nido a cassettina dalle quattro alle sei uova che cova per 14 giorni circa, i pulcini lasciano il nido alla terza settimana e sono completamente svezzati alla quinta settimana di vita.

Patrik Grossi

 

CAPPUCCINO a TESTA NERA

(Lonchura malacca astracapilla)

 

ORIGINE e DESCRIZIONE. Si trova abbastanza frequentemente nei negozi specializzati, è una specie originaria dell’India e della regione del Borneo. Ha testa, gola e parte alta del petto neri e il resto del corpo di colore bruno-fulvo, il becco e le zampe sono grigie, non supera i 12 cm. di lunghezza.

ALLEVAMENTO. Si può allevare sia in gabbia sia in voliera, dopo un breve periodo d’acclimatazione, anche all’aperto, è una specie docile che può convivere con altre specie d’Astrildidi. L’alimentazione come descritta in precedenza per la famiglia.

RIPRODUZIONE. Non è facile in gabbia, ma più frequente in voliera, nel periodo riproduttivo (Marzo, Aprile, Maggio) la femmina depone, in un nido a cassettina dalle cinque alle sette uova che cova per 13 giorni. I piccoli lasciano il nido dopo venti giorni e sono indipendenti ad un mese d’età.

Patrik Grossi

 

CAPPUCCINO a TESTA BIANCA

(Lonchura maja)

 

ORIGINE e DESCRIZIONE. Originaria della Malesia, di Giava e Sumatra è molto simile alla specie precedente, la gola ed il petto in questo caso sono bianco latte anziché neri.

ALLEVAMENTO e RIPRODUZIONE. Come per la specie precedente.

Patrik Grossi

 

CORDON BLU

(Uraeginthus bengalus)

 

ORIGINE e DESCRIZIONE. Specie originaria delle regioni a sud del Sahara, ha un aspetto molto gradevole, raggiunge al massimo i 12,5 cm. di lunghezza, il dorso, la testa ed il ventre sono marrone mentre il resto del corpo, compresa la coda (abbastanza lunga), sono di un bell’azzurro, il maschio presenta due guance rosse, del tutto assenti nella femmina che presenta anche un colore azzurro meno intenso, il becco è rosa con punta nera, le zampe sono carnicce.

ALLEVAMENTO. E’ una specie piuttosto delicata che deve essere sempre mantenuta al riparo dal freddo e dalle correnti d’aria, può essere posta in voliera all’aperto solo nei mesi caldi e solo se la voliera è bene riparata dai venti e possiede un ricovero.

E’ consigliabile acquistare i soggetti (quasi sempre di cattura) in primavera per dare tempo agli uccelli di adattarsi gradualmente al nostro clima e potere cosi superare meglio l’inverno. Per l’alimentazione si veda la parte generale.

RIPRODUZIONE. Si riproduce nei mesi primaverili, più facilmente in voliera. La femmina depone in un nido a cassettina, dalle quattro alle sei uova che cova per 13 giorni, i pulcini abbandonano il nido dopo venti giorni e sono completamente svezzati alla quarta settimana d’età.

Questa specie tende a formare coppie fisse e difficilmente i due partner, una volta separati, potranno unirsi nuovamente con altri soggetti.

Patrik Grossi

 

BECCO di CORALLO

(Astrilda troglodytes)

 

ORIGINE e DESCRIZIONE. La specie è originaria dell’Africa tropicale e dell’Arabia sud-occidentale, è un uccello di piccole dimensioni (9cm. di cui 2,5-3 cm. sono occupati dalla coda) di colore grigio con striature sul petto e sui fianchi, la coda è nera ed il becco è rosso come le due strisce che si dipartono dalla sua base per terminare dopo l’occhio, il ventre è rosso. Il dimorfismo sessuale non è molto evidente, ma in linea di massima il maschio presenta colori grigi più marcati, la striscia rossa sugli occhi più ampia e la macchia rossa sul ventre più evidente di quella della femmina, durante il periodo degli amori il maschio emette un lungo fischio.

ALLEVAMENTO. E’ una specie che soffre il freddo per questo può essere ospitata in voliera all’aperto solo nei mesi primaverili ed estivi, può convivere con tutte le specie di Astrildidi.

RIPRODUZIONE. Dopo un adeguato periodo di acclimatazione si riproduce in voliera con facilità, nei mesi primaverili, in un nido a cassettina, la femmina depone dalle quattro alle sei uova che cova per circa tredici giorni, i piccoli lasciano il nido dopo circa venti giorni per diventare autosufficienti ad un mese di età.

Patrik Grossi

 

GUANCIA ARANCIO

(Astrilda melpoda)

 

ORIGINE e DESCRIZIONE. In natura la specie è diffusa nell’Africa centrale, è un uccello di piccole dimensioni (al massimo 10 cm. di lunghezza), presenta testa, gola e fianchi grigi, dorso e ali bruni, becco rosso come il sopraccoda e due guance arancio che nella femmina sono più chiare e meno estese.

ALLEVAMENTO e RIPRODUZIONE. Vale quanto detto per il Becco di Corallo.

Patrik Grossi